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  • Arik Bendaud

Shabat Emor

Accensione candele e Minha/Kabalat Shabat 18.58

- Shachrit ore 9

-Minha Shabat ore 18.45

- Moze Shabat 20.01


Kiddush Offerto Da Ryan Solimani e Nathaniel Borochov.


Lettura capitolo 4, Pirke Avot dopo Minha Shabat con Andrea Caviglia.


-Si consiglia lettura Shemà prima di Shahrit - Zman kriat shema entro 9.16


Ricordiamo che il nostro tempio funziona in base alle regole del Tav Yarok. Si prega di mandare il certificato.


Shabat Shalom



Commento sulla Parasha a cura di Raphael Barki:


Perché nel primo versetto (Lev. 21:1) della parashà di Emor D-o si rivolge a Mosè usando due volte lo stesso verbo ‘dire’ (“emor” = dì … “veamartà” = dirai)? Rashì risponde riprendendo la Ghemarà (TB Yevamot 114a): “lehazhir gdolìm ‘al ktanim” ( = per mettere in guardia grandi su piccoli). I bambini tendono ad emulare gli adulti quindi per predicare bene bisogna razzolare altrettanto bene. In proposito il Rav Shmuel Eliyahu racconta un episodio occorso a suo padre (Rav Mordekhai Eliyahu Z.TZ.K.L.) quando era giudice presso il tribunale rabbinico. Un professore universitario di etica, considerato uno degli esperti in materia a livello mondiale, era riuscito a fare carriera grazie alla moglie, che lavorava come domestica per mantenerlo negli studi. Un giorno il professore le mise le corna, avendo preso una sbandata per una giovane studentessa, e così decise di divorziare dalla devota compagna di vita. Quando il Rav sentì la testimonianza della donna, disperata e in lacrime, si rivolse al marito chiedendogli come potesse insegnare etica e al contempo comportarsi in modo tanto immorale. E quello rispose: “forse che il professore di matematica Frenkel, che spiega la teoria dei triangoli, deve per questo assomigliare ad un triangolo? Analogamente, il fatto che io insegni morale non implica che io debba comportarmi moralmente.” Il rabbino ribattè che nell’ebraismo la sapienza non può prescindere dalla moralità. A riprova di ciò tutti i Tannaìm (letteralmente “coloro che ripetono”) vengono introdotti nei Pirkei Avòt (che qualcuno traduce Etica dei Padri) con “hu hayà omèr.” Quello che dicevano (omèr = dice) coincideva con il loro stesso modo di essere (hayà = era). In poche parole, secondo l’etica ebraica l’educazione dev’essere basata sul buon esempio. Torniamo al commento di Rashì al primo versetto della parashà. Il verbo “lehazhir” ( = mettere in guardia, da “zehirut,” prudenza) ha la stessa radice di “zohar” ( = splendore) quindi vuole anche dire illuminare, irradiare. L’istruzione deve essere accompagnata da amore e calore, altrimenti è inefficace. Aggiungiamo che “gdolim” e “ktanim” ( = grandi e piccoli) non sono solo misure dell’età (cioè adulti e minorenni) ma anche dell’autorità delle persone. Infatti il Testo riguarda i Cohanim, i discendenti di Aronne, e in sostanza afferma che il sacerdozio è ereditario, non meritocratico. In generale una posizione di spicco (ad esempio un titolo o una carica) non deve essere motivo di orgoglio. Il profeta Malachì (2:7) scrive che il Cohen è custode della conoscenza e come tale può essere consultato per fornire risposte conformi alla Torà. Siccome la Kehunà è un incarico ereditario, non può vantarsene. Nella Ghemarà (TB Berakhòt 34b) c’è scritto che il Cohen Gadòl si prostra ed erge all’inizio e al termine di ogni berakhà (della ‘amidà) mentre tutti gli altri devono prostrarsi solo quattro volte. Il re invece si prostra ma non si erge fino alla fine di tutta la preghiera proprio perché, nel suo alto rango, essendo abituato agli inchini dei sudditi, rischierebbe di inorgoglirsi.

Raphael Barki

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